[ 10/03/2010 ]
Dalle persone alle cose che inquinano

Le imposte ambientali sono un terreno ideale se si tratta di spostare una parte non marginale del gettito dalla tassazione sul lavoro ad altre forme di prelievo. Tanto più che molte di queste imposte si prestano a essere prelevate in sede locale, adatte dunque a un fisco più federale. L'impatto potenzialmente regressivo potrebbe essere compensato costruendole in maniera tale da sfruttarne il potenziale incentivante. Una seria riforma fiscale verde potrebbe partire da un aumento delle aliquote dell'ecotassa, il tributo per il conferimento di rifiuti in discarica.

 
Credit © European Communities, 2009

Dalle persone alle cose, dal complesso al semplice, dal centro alla periferia: sono i tre slogan su cui è costruito il Libro bianco del ministro Tremonti, recentemente rispolverato dalla naftalina. Nel dibattito che ne è seguito, è singolare quanto poco spazio sia stato dedicato a quelle che potrebbero rappresentare un eccellente mezzo per attuare gli obiettivi, e che da tempo anche a sinistra si guardano con favore: le imposte ambientali.
L’opportunità di spostare una parte non marginale del gettito dalle imposte che colpiscono il lavoro a quelle che – in senso lato – riguardano il prelievo di risorse naturali è da tempo auspicata sia a livello teorico che istituzionale. L’Oecd ha istituito negli anni Novanta un programma finalizzato a promuovere il trasferimento di almeno il 10 per cento del gettito, sostenendo che in questo modo si potrebbe ridurre in modo significativo l’impatto distorsivo del sistema tributario e insieme incentivare comportamenti più virtuosi da un punto di vista ambientale.

UNA RIFORMA FISCALE VERDE

Fra le “100 tasse” degli italiani, quelle assimilabili a imposte ambientali sono molte in numero, ma se si escludono quelle sui carburanti, determinano gettiti trascurabili o poco più che simbolici. Dei circa 41 miliardi annui di gettito totale (circa il 7 per cento del carico fiscale complessivo), il 77 per cento proviene dal settore energetico, il 22 per cento dal trasporto automobilistico, e solo l’1 per cento da “inquinamento e risorse”, pari allo 0,02 per cento del Pil. Per di più, in buona parte, sono “ambientali” solo di nome, avendo un presupposto correlato con il tema ambientale, ma non essendo poi strutturate in modo da incentivare comportamenti virtuosi. Nel resto d’Europa, dove in media l’incidenza delle imposte ambientali è analoga alla nostra, il peso di quest’ultima voce sul totale è tre volte superiore, e corrisponde allo 0,12 per cento del Pil. Ma in alcuni paesi questo rapporto raggiunge valori ben più ragguardevoli. In Danimarca e Olanda, le tasse ambientali raggiungono rispettivamente il 5,8 e il 4 per cento del Pil, e quelle sull’inquinamento rappresentano circa l’1,2 e lo 0,4 per cento. (1)
C’è insomma margine per attuare anche in Italia una “green tax reform” che, a parità di gettito, potrebbe spostare almeno 1 punto di Pil (e 2 punti di pressione fiscale) dalle imposte distorsive su lavoro e imprese alle esternalità ambientali: dalle persone che producono alle cose che inquinano, appunto. Rifiuti, scarichi nell’acqua, prelievi di materiali inerti, rumore, traffico, smog, attività pericolose: la lista è lunga.
Un serio programma in questa direzione potrebbe rappresentare un passo in avanti, non solo perché si aumenterebbe l’efficienza complessiva del sistema (da imposte distorsive a imposte non distorsive o distorsive “in senso buono”), ma anche perché molte imposte ambientali si prestano a essere prelevate in sede locale, e rappresentano perciò un cespite ideale per un fisco più federale. L’impatto potenzialmente regressivo potrebbe essere compensato costruendole in maniera intelligente e tale da sfruttarne il potenziale incentivante. Le imposte ambientali potrebbero prestarsi anche a un impiego incentivante all’interno di schemi bastone-carota, con il fine di disincentivare certi comportamenti e utilizzare il gettito per promuoverne altri.

L’ECOTASSA

Tra queste imposte ve ne è in particolare una che si presta a una seria riforma, attuabile in breve tempo trattandosi di un tributo già esistente: la cosiddetta “ecotassa”, vale a dire il tributo per il conferimento di rifiuti in discarica. Attualmente questo prelievo è stato fissato in un valore massimo di 25 €/t, ma produce per le casse delle Regioni un gettito piuttosto risicato, pari a 233 milioni di euro nel 2007. Diviso per i circa 40 milioni di tonnellate che finiscono in discarica (tra urbani e speciali), ne risulta una media di circa 6 €/t, ma è la solita “media del pollo” all’italiana, con alcune regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia, Piemonte in particolare) che la applicano in modo più incisivo, e altre che fingono di applicarla o non la applicano del tutto, come molte regioni del Sud.
In Olanda e in Danimarca, la tassa sulla discarica raggiunge per certe categorie di rifiuti rispettivamente gli 85 e 50 €/t. In Gran Bretagna, a un’aliquota massima non lontana dalla nostra (21 €/t) corrisponde un’applicazione molto più incisiva e applicata alla totalità dei rifiuti; ciò porta a circa 800 milioni/anno il gettito complessivo, tre volte e mezzo quello italiano.
In Italia, ancor oggi, oltre la metà dei rifiuti urbani finisce in discarica, e di questi oltre la metà sono rifiuti non trattati e putrescibili. Per i rifiuti speciali la situazione è un po’ migliore, ma si tratta pur sempre di oltre 20 milioni di t/anno, in gran parte inerti da costruzione e demolizione – materiali per i quali, ai sensi della recente direttiva quadro sui rifiuti, si dovrebbe puntare sul recupero. Gli spazi per realizzare discariche si riducono, generando tipiche situazioni di rendita di scarsità. La gestione industriale di un impianto moderno ha un costo che si può stimare nell’ordine di 45 €/t, ma i prezzi di mercato possono arrivare tranquillamente a 100-150 euro, e a valori anche superiori nelle aree congestionate.
Così com’è, l’ecotassa italiana serve a poco, sia in termini di gettito che di potenziale incentivante. Una proposta che avanziamo è pertanto quella di aumentare sensibilmente il prelievo sulla discarica, portandolo a un valore che sia almeno doppio o triplo rispetto a quello attuale, non solo nei valori massimi ma anche in quelli minimi. Alle Regioni dovrebbe essere garantita una certa flessibilità nell’applicazione, ma introducendo delle penalizzazioni sui trasferimenti dallo Stato centrale nel caso in cui non le sfruttassero a dovere.
Le aliquote potrebbero essere differenziate in senso incentivante, ad esempio prevedendo maggiorazioni in funzione del tipo di rifiuti conferiti, per esempio, stabilizzati o putrescibili, pericolosi o non pericolosi. Oppure in funzione del rispetto degli obiettivi di prossimità e autosufficienza: la tassazione potrebbe cioè penalizzare chi conferisce i rifiuti al di fuori del proprio ambito territoriale, e in misura ulteriormente maggiorata chi dovesse ricorrere a soluzioni al di fuori del territorio regionale. L’effetto incentivante potrebbe essere ulteriormente migliorato limitando la possibilità di traslare l’importo della tassa sulla tariffa pagata dai cittadini, oppure utilizzandone il gettito per premiare chi si impegna nella raccolta differenziata.
Quote del gettito potrebbero essere utilizzate, analogamente con quanto si fa con successo negli Usa, per finanziare un fondo statale, gestito dalla Protezione civile o dal ministero dell’Ambiente, destinato sia a far fronte a situazioni di emergenza, sia alla bonifica dei siti contaminati.
Insomma, le possibilità sono molte, anche se non tutte attuabili contemporaneamente; le controindicazioni sono poche e facilmente superabili. Aliquote maggiori potrebbero incentivare la riduzione della discarica a favore di altre soluzioni; aliquote più contenute ma applicate in modo più ampio potrebbero, in compenso, favorire un obiettivo di gettito più costante, eventualmente destinandolo al finanziamento di politiche attive nel campo dei rifiuti. Il consenso potrebbe essere ampio e bipartisan. Perché non avviare da subito una riflessione volta ad approfittare già della prossima Finanziaria?

(1)Eurostat, "Taxation trends in the EU"

 (da: lavoce.info- info@lavoce.info. di Antonio Massarutto- 19.02.2010)